Giovanni Caprara è nato a Roma nel 1962. Da sempre appassionato studioso di strategie e tecnica militare, ha effettuato un affascinante percorso in campo radiofonico dal 1981 al 1990 come speaker, commentatore sportivo per network nazionali ed intervistatore per il lancio di nuovi LP di noti cantanti italiani.       E' stato inviato al Festival di Sanremo come giornalista nel 1989. Dopo un’esperienza lavorativa nel campo farmaceutico, dal 1996 ha iniziato la sua carriera aeroportuale, fino a ricoprire l’attuale posizione di Coordinatore Operativo Voli in una compagnia aerea.

Bersaglio nucleare (Edizioni Progetto Cultura).

Un libro costruito con un abile meccanismo a orologeria: un timer innescato scandisce con ritmo ossessivo il passare dei giorni e il susseguirsi degli eventi sino all’epilogo. Il lettore, pagina dopo pagina, viene scaraventato con meticolosa perizia documentale in una realtà fatta di armi sempre più sofisticate, astute spie, complicati giochi d’equilibrio politico nazionale e internazionale. Una storia fantasiosa, costruita su una solida base di dati storici e tecnici - certificata dal glossario riportato in appendice - quasi a voler mostrare al lettore uno “scenario possibile”, espressione usata dagli esperti militari. Compito della società, ovvero di tutti noi, sarebbe adoperarci perché non si realizzi mai questa possibilità...

Strategia e Tattica - Analisi di un inganno

articolo a cura di Giovanni Caprara

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Nel 1983, la guerra fredda viveva pienamente la sua era. Un gioco sottile di crudeltà e sottigliezze in un mondo misterioso ed impalpabile, governato da segreti custoditi gelosamente nei quali la controparte cercava di entrare come un ladro nelle tenebre. Provocazioni, infuocate dichiarazioni, accuse reciproche e negazioni totali erano i contenuti della contesa. Nessuna regola scritta o dichiarata, tranne una tacita intesa. Un accordo sommerso ed inconfessabile che ognuno dei due blocchi sperava e desiderava che non fosse mai disatteso: l’olocausto nucleare. Un equilibrio flebile ed instabile retto solo dalla consapevolezza di pochi. Il maggior pericolo scaturiva dalla crescente mancanza di fiducia nel genere umano, o meglio, proprio in coloro i quali erano deputati al mantenimento di quello status quo. Per evitare l’errore od una reazione ingiustificata, si protese a limitare il fattore umano, relegandolo a mero controllore di apparati tecnologici sempre più avanzati. Nel freddo inverno sovietico di quello stesso anno, pareva che quel gioco avesse trovato la sua soluzione, che quel flebile equilibrio si era dissolto. La speranza era finita.
La guerra era iniziata.
Il 1° settembre del 1983 si era verificato un evento che poteva provocare la risposta armata americana. Ora come non mai il pericolo dell’olocausto era terrificante quanto tangibile, molti al Cremlino, l’attendevano come inevitabile. Un volo civile della Korean Airlines, era stato abbattuto da un aviogetto dell’aeronautica militare sovietica. Questo gesto derivava dai continui voli spia, che quasi quotidianamente monitoravano le attività della Madre Russia.
Sui radar di sorveglianza dell’aeroporto militare di Dolinsk Sokol, base del 365° reggimento aereo, apparve la traccia di un velivolo che stava sorvolando la penisola della Kamcatka. Procedeva ad una quota di 8.500 metri a 900 chilometri l’ora. Il trasponder non funzionava correttamente ed i russi cercarono di mettersi in contatto con l’aviogetto non identificato. Questi si qualificò come il volo Koean Air, KAL 007, da Ancorage a Seul. In base a tale affermazione, i militari poterono stabilire che volava fuori rotta di 300 miglia nautiche a nord ovest di quella corretta. Decisero che era ben oltre un possibile errore ed irritati anche da quel provocante ed irridente numero che ricordava lo spavaldo agente segreto di Fleming, ordinarono l’immediato “scramble”. Mentre i caccia si dirigevano verso il bersaglio, l’analisi sulla rotta stimata dell’intruso mostrò che avrebbe sorvolato la zona militarizzata e super segreta di Sakhalin. I sovietici abbandonarono ogni riserva e classificarono l’aeromobile che stava violando il loro spazio aereo come un RC-135 americano da ricognizione. L’ordine agli intercettori era quello di abbattere l’invasore, ma che l’esperto Maggiore pilota a bordo di un nuovo SU-15, non avesse potuto discernere un Boing 747 di linea con un U2 od un RC-135 rimase il motivo del contendere fra le parti coinvolte. Infatti, giunto a vista del bersaglio avrebbe potuto avvisare i suoi superiori a Dolinsk Sokol, che si trattava di un aereo civile, ma se anche lo avesse fatto tale atteggiamento non risultò mai negli atti ufficiali. Inoltre, le regole di ingaggio furono totalmente disattese: non si fece riconoscere e tanto meno sparò una salva d’avvertimento. Selezionò uno dei suoi missili AA-3 Anab ed il volo di linea precipitò senza scampo. Le promulgazioni della Stato Maggiore, asserirono che il volo era stato avvisato dello sconfinamento in territorio russo e stava sorvolando una zona interdetta ai civili, ma non avevano ricevuto risposta alcuna. Peccato che i Coreani non poterono confutare tali affermazioni, in quanto le scatole nere non furono rinvenute. La Comunità internazionale condannò con fermezza l’accaduto e gli americani, involontari protagonisti, assunsero posizioni estreme.

Il Sukhoi Su-15, caccia intercettore sovietico, prodotto in USSR dal 1966 aveva la caratteristica del seggiolino eiettabile che avrebbe assicurato l'espulsione del pilota a qualsiasi quota.

In questo clima di profonda tensione, il Tenente Colonnello Stanislav Petrov ricevette una telefonata che lo invitava a rinunciare al suo giorno di riposo per sostituire un collega. L’Ufficiale accettò e nella notte tra il 25 ed il 26 settembre 1983, prese servizio come Ufficiale di Guardia alla centrale di allarme della Base missilistica di Serpukov-15, località segretissima a 100 km da Mosca. Quale fosse il suo stato d’animo dovrebbe essere facilmente deducibile da quanto stava accadendo fra le superpotenze contendenti e dal dover lavorare in un giorno di riposo, pertanto è semplice leggere il suo desiderio di trascorrere la notte in tranquillità. Ma proprio in quelle ore, la tacita intesa di non voler essere i primi ad attaccare venne meno. Erano le 00.15, ora locale, quando il trillio del segnale d’allarme iniziò la sua spaventevole cantilena, lasciando sprofondare tutti i presenti nel terrore. Sugli schermi era apparsa una traccia inequivocabile: un missile balistico intercontinentale era in aria. L’esame immediato del computer lo classificò come un Minuteman che era stato lanciato dalla costa ovest degli Stati Uniti e la stimata traiettoria di rientro lo portava direttamente sulla Russia. La procedura di risposta a questo inauspicabile evento era ben chiara a Petrov: dal primo contatto, l’Ufficiale di Guardia aveva a disposizione 10 minuti per valutare la gravità della minaccia, dopo di che gli correva l’obbligo di avvisare il suo superiore, il quale avrebbe poi informato il Segretario Generale del PCUS. Quest’ultimo, basandosi su quelle informazioni, non potendo disporne di altre, e con l’esigenza assoluta di salvaguardare la sua Nazione, non avrebbe potuto far altro che ordinare la ritorsione, affidandola ai missili SS-19. Meccanicamente abituato alle esercitazioni, fu questo il primo pensiero di Petrov che assommato alla sorpresa, gli costò il primo minuto. L’operatore ai sistemi, lo informò che il lancio era stato effettuato da 7 minuti e l’impatto al suolo era stimato in 40 minuti. Il Colonnello rimase calmo, forte nella prima analisi che aveva elaborato: gli Stati Uniti disponevano di un numero impressionante di testate nucleari, dunque lanciarne una sola non aveva senso. Probabilmente si trattava di una simulazione e presto il Minuteman avrebbe cambiato la rotta e si sarebbe inabissato nell’Oceano. Nutriva solamente un dubbio, solitamente infatti, questi lanci non erano diretti verso l’Unione Sovietica, però era possibile che in considerazione del picco di tensione, gli americani volessero recapitare un segnale tangibile di minaccia. Queste elucubrazioni gli fecero perdere un altro minuto. Le sue conclusioni vennero spazzate via in un solo attimo. Il sistema di allarme aveva agganciato altri due Minuteman, anche questi diretti verso la Russia. Rivalutò la situazione, era addirittura possibile che altri missili fossero in volo non rilevati in quanto nascosti dai satelliti, uno scenario strategico valutato dagli analisti, però questa teoria aveva un difetto. Infatti il numero delle segnalazioni appena riportate rimaneva troppo basso rispetto a quanti vettori si potevano celare in quel modo.

 

A sinistra l'ex colonnello sovietivo Stanislav Petrov che ebbe per alcuni minuti nelle sue mani il destino del mondo, a destra il lancio di un LGM-30 Minuteman, missile balistico intercontinentale in grado di montare testate nucleari.

Alle ore 00.18, ricevette una notizia che deteneva la sua possibile variazione di atteggiamento: ancora due ulteriori contatti. In totale cinque missili balistici a testata nucleare multipla indipendente pronti ad abbattersi sull’Unione Sovietica. A questo punto, a Petrov iniziò a mancare la lucidità necessaria. Lo stress era quasi insopportabile. Decise di cautelarsi ponendo in allarme i suoi SS-19 e ne ordinò il pre-riscaldamento. Per avere un quadro tattico più preciso, si fece ricapitolare la situazione, la quale non lasciava spazio ad interpretazioni: i lanci erano confermati ed i vettori in rotta con velocità costante. Le più fosche previsioni, le più oscure paure stavano prendendo forma sotto i suoi occhi. La storia raccontava che il momento cruciale dove la guerra termonucleare sembrava fosse stata più vicina, era nella vicenda dei Missili di Cuba, ma in quel caso nessuno aveva sparato un sol colpo.
Invece ora c’erano cinque missili già in volo.
Alle 00.20 riprese il controllo della sua mente, valutando una condizione certa ma che nessuno russo osava proferire: i segnali erano stati inviati dai satelliti Kosmos-382, denominati “Oko”, ossia occhio. Erano la frettolosa risposta alla corsa al nucleare americana e pertanto difettosi e scarsamente affidabili, ed inoltre i dati elaborati da un computer vetusto come l’M10, con la ridicola capacità di 10 milioni di operazioni al secondo, fornivano risultati non in linea con quanto osservato sugli schermi radar.
Alle ore 00.21 ebbe l’idea di contattare altre basi missilistiche in cerca di conferma, o meglio di non conferma di quanto a lui conosciuto. Un minuto dopo arrivarono le risposte: nessun contatto.
Alle ore 00.23, Petrov chiamò il suo superiore, il Generale Yurij Votintsev e come il Tenente Colonnello testimoniò anni dopo, quando il nuovo corso politico Sovietico lo permise, gli disse:
“Compagno Generale, c’è la segnalazione di un attacco, ma è un falso allarme.”
In seguito, si stabili che l’M10, a causa di una malfunzione, si posizionò autonomamente in modalità di attacco ed inviò anche falsi segnali dai satelliti. Stanislav Petrov venne ricoverato in ospedale dove ebbe una lunga degenza a causa del forte stress accusato in quei minuti. Dimesso fu pensionato e come ringraziamento gli concessero l’allaccio immediato del telefono nella sua abitazione privata. Nell’Unione Sovietica del 1983, anche quello era un lusso che richiedeva oltre un anno di attesa. Grazie a quel Tenente Colonnello, chiamato in servizio nel suo giorno di riposo, l’alba del 26 settembre 1983 illuminò una ignara umanità che si apprestava a riprendere la sua quotidianità.

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Pubblicazione articolo - 12 giugno 2012

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