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Bersaglio nucleare (Edizioni Progetto Cultura). Un libro costruito con un abile meccanismo a orologeria: un timer innescato scandisce con ritmo ossessivo il passare dei giorni e il susseguirsi degli eventi sino all’epilogo. Il lettore, pagina dopo pagina, viene scaraventato con meticolosa perizia documentale in una realtà fatta di armi sempre più sofisticate, astute spie, complicati giochi d’equilibrio politico nazionale e internazionale. Una storia fantasiosa, costruita su una solida base di dati storici e tecnici - certificata dal glossario riportato in appendice - quasi a voler mostrare al lettore uno “scenario possibile”, espressione usata dagli esperti militari. Compito della società, ovvero di tutti noi, sarebbe adoperarci perché non si realizzi mai questa possibilità...
Strategia e Tattica - Sommergibili d'ottobre articolo a cura di Giovanni Caprara per le fotografie tratte da web, esse vengono valutate di pubblico dominio, nel caso gli autori fossero contrari alla pubblicazione, in seguito a segnalazione a info@talentonellastoria.com, verranno prontamente rimosse. facebook, twitter, e-mail, stampa, trasforma in pdf La guerra fredda come sinonimo di equilibrio, inteso nell’esercizio mentale indispensabile a non voler essere i primi ad attaccare l’avversario. Equilibrio irrisoluto e fluttuante, pregno di atti di spionaggio, provocazioni ed accuse reciproche. De facto era la speranza di governare lo stato dei fatti. L’equilibrio sussultò in quei tredici giorni, dove la contrapposizione si inasprì mutandosi nelle rampe di lancio dei missili nucleari approntati a Cuba. L’umanità si fermò ad ascoltare i colloqui fra le superpotenze, ad assistere all’evolversi del confronto. Nessuno, però, prospettava che la reale minaccia ed i fatti da seguire erano altrove. Durante una operazione militare, un elemento ostativo è la rottura della catena di comando, ancor più in quel periodo dove la tecnologia era a divenire. In quei tredici giorni, questo avvenimento inauspicabile accadde in tutta la sua drammaticità.
Il 1° ottobre 1962, quattro sommergibili d’attacco
“hunter/killer” sovietici salparono da Sayda Guba nei pressi di
Murmansk, Base navale strategica della Flotta Rossa del Nord. Erano il
B4, B36, B59 ed il B130, inquadrati nella 69a Brigata Sottomarina.
La Classe Foxtrot è il nome in codice NATO della classe di sottomarini diesel-elettrici sovietici Progetto 641. Costruiti in oltre settanta esemplari, sono entrati in servizio alla fine degli anni cinquanta. La marina russa ha ritirato gli ultimi esemplari alla fine degli anni novanta, ma rimangono ancora in servizio in altri Paesi. (fonte wikipedia - fotografia di pubblico dominio) In contrapposizione arrivò la risposta di Krushov, il quale minacciò di attaccare chiunque avrebbe tentato di fermare il convoglio diretto a Cuba. La contromossa fu quella di rendere operativa la quarantena; erano le 10.00, ora della costa est. Tra il 24 ed il 25 ottobre, furono riportati diversi avvistamenti dei quattro sommergibili, ma sul finire del 25 uno di essi divenne il segreto protagonista della crisi di Cuba: il B59 fu rilevato ad est delle isole Bermuda. Erano le 18.11 e venne designato come contatto 19: C19. Il 26 ottobre, il CVBG della portaerei Randolph, identificativo ottico CV15, con i suoi otto Destroyer entrò nella zona di pattugliamento assegnatagli; la stesso del B59. Alle ore 19.15 GMT, un aereo da ricognizione denominato “Woodpecker 5”, lanciato dalla Randolph, riportò un contatto MAD alle coordinate 20°65’47’’W. Sulla scena apparve il secondo protagonista della vicenda: il Destroyer USS Cony, identificativo ottico DD508. Nella tarda serata del 26 ottobre, infatti fu questa unità che venne incaricata dalla Randolph di verificare la natura del contatto indicato dal ricognitore. Una fonte riporta un’altra nave, ma è assolutamente falso, in quanto la missione risulta direttamente dal Deck Log Book del Cony. Il giorno successivo, il contatto fu rilevato a 380 miglia nautiche a sud-est delle Bermuda e confermato anche dal CVBG della portaerei Essex in navigazione a 170 miglia nautiche dal punto del contatto sonar. Dalla CV15 fu ordinato il decollo immediato di velivoli ASW S2F ed elicotteri Sea King.
A sinistra il Destroyer USS Cony, a destra la portaerei statunitense Randolph andata in pensione nel 1968 per riduzione delle spese governative. Nel 1975 è stata definitivamente rottamata. La caccia era iniziata.
Il C19 venne rilevato senza alcun dubbio residuo. Il Cony attivò il
sonar di ricerca in modalità attiva, i suoi “ping” rimbalzarono
ossessivi e terrificanti sullo scafo del Foxtrot, il DD508 si era così
rivelato all’avversario, ma al contempo comunicava al B59 di essere
stato oramai scoperto, vanificando il significato stesso della missione
assegnatagli dal Comando Nord. A bordo del C19, cominciò a diffondersi
il nervosismo e la tensione dei marinai divenne palpabile. Neanche il
Comandante Savitsky risultò indenne a questi sentimenti. In quei momenti
un sommergibilista si sente preso in trappola, pensa di non avere altra
via d’uscita se non quella di attaccare. La tecnologia navale applicata
alle unità sommerse, in quel periodo accusava una mancanza: il riciclo
dell’aria. La propulsione dei sommergibili era diesel-elettrica, che
garantiva una notevole silenziosità di esercizio, elemento fondamentale
per non essere rilevati, ma al contempo l’apparato motore necessitava di
aria sia per ricaricare le batterie che per ventilare i locali di tutta
l’unità. Tali operazioni avvenivano tramite un albero retrattile
chiamato “snorkel” che esteso oltre la superficie dell’acqua, aspirava
aria. Questa pratica occorreva ogni 24/48 ore, metodologia tramontata
alla messa in esercizio dei propulsori nucleari. Dunque anche se il B59
fosse riuscito a sganciarsi, sarebbe stato nuovamente rilevato quando il
deficit di aria avrebbe reso necessario l’impiego dello “snorkel”.
Infatti, conosciuta la posizione iniziale del Foxtrot, le unità
americane presenti in gran numero in quell’area potevano avviare un
piano di ricerca, basato sulla velocità relativa del B59, in ogni
direzione presumibile. Il colpire lo scafo con i “ping” del sonar, era
come avvisare il Comandante del C19 di essere un facile bersaglio, una
tattica tutt’ora in uso. L’azione intimidatoria intrapresa dal DD508,
non ottenne l’effetto desiderato: il Foxtrot rimase in normale
navigazione. Erano le 17.29, ora locale dell’area di pattugliamento,
quando il Comandante del Cony, indispettito dalla noncuranza palesata
dal B59, decise di passare ad azioni più coercitive: bersagliò il
Foxtrot con bombe di profondità ma con carica da addestramento, ossia
solo produttrici di esplosioni ma non in grado di arrecare danni. Anche
questo dato si evinse dal Deck Log Book, in data 27 ottobre 1962,
Huchthause a pagina 169. Evidentemente il Comandante del Cony aveva
perso il contatto con la realtà, accecato dalla bramosia di vincere
quella che era diventata la sua guerra personale con il nemico nella
profondità oceanica, da cui si sentiva irriso. Un ordine discutibile
emanato con la leggera convinzione che i russi avrebbero avuto la
capacità di discernere la deterrenza dall’offesa, dunque determinarlo
come un ulteriore avviso ad arrendersi piuttosto che ad un attacco
reale. Savitsky lo capì, ma non poteva certo prevedere sin dove
l’aggressore si sarebbe spinto, anche in considerazione del costante
incremento dell’atteggiamento ostile del Destroyer. Il tempo trascorreva
e con esso la riserva d’aria, il caldo a bordo era oramai
insopportabile, probabilmente oltre i 45°, con il contenuto di anidride
carbonica vicino ai livelli di rischio. La velocità del B59 si riduceva
verso quella di minimo sostentamento. Savitsky, oramai depresso,
frustrato e furioso diede l’ordine estremo: approntare tubo di lancio
con siluro a testata nucleare. Secondo la testimonianza di un
ufficiale presente nella Sala Comando del C19, Savitsky ipotizzò che
l’azione dell’unità di superficie dimostrava che Russia e Stati Uniti
erano già in guerra e pertanto doveva colpire il Destroyer con l’arma
più letale di cui disponesse. In tal modo non avrebbe coperto di
vergogna la Flotta Sovietica. Le condizioni generali del suo stato
d’animo peggiorarono notevolmente quando non riuscì a contattare il
Comando per fare rapporto sulla situazione; ciò lo convinse
definitivamente che erano in stato di guerra e forse Murmansk non
esisteva già più. Dello stesso autore, Giovanni Caprara, puoi leggere anche...
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Pubblicazione articolo - 31 ottobre 2011
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